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VALDINIEVOLE STORICA
di Giancarlo Fioretti
Carlo Piaggia, antropologo senza saperlo

8/6/2020 - 11:17

Un esame di antropologia che ho sostenuto di recente mi ha dato l'opportunità di imbattermi, quasi casualmente, nella figura davvero eccezionale di Carlo Piaggia, nato in quel di Badia di Cantignano, nel comune di Capannori, nell'ormai lontano 1827.


Nato in una famiglia di piccoli proprietari terrieri, Carlo dovette dividere con i sette fratelli le scarse sostanze che il podere forniva. Studiò da autodidatta grazie all' interessamento del Preposto parrocchiale. La sua era un'intelligenza fervida, brillante. Un vero peccato che dovesse dedicarsi solo a vangar terreno e a macinare grano nel piccolo mulino annesso all'abitazione.


La sua vita del tutto ordinaria venne sconvolta da un'epidemia di colera che, poco prima del 1850, falcidio' la sua famiglia. Il morbo si porto' via fra gli altri ben sei dei suoi fratelli, lasciandolo nella prostrazione più assoluta e nell' impossibilità a provvedere, pressoché da solo, alla gestione della piccola proprietà fondiaria.


Decise quindi, di punto in bianco, di cambiare vita, facendo rotta verso il Nord Africa che, all' epoca, offriva grandissime opportunità di lavoro a coloro che, in Europa, erano privi di prospettive per il proprio futuro.


Un po' come fanno oggi i figli di quelle terre, costretti dalla fame e dalle privazioni, ad intraprendere il cammino inverso rispetto a quello percorso a suo tempo dal Piaggia. Ma questa è un' altra storia...


Giunse quindi a Tunisi nel 1851, dove già si era installata una numerosa comunità italiana fatta di artigiani, commercianti e pescatori. L'anno dopo si sposta ad Alessandria d'Egitto, all'epoca città cosmopolita in piena espansione edilizia e commerciale. Le mire anglo francesi sull'Egitto si erano fatte più esplicite ,da quando era maturata l'idea di costruire a Suez il celebre canale che tutt'oggi unisce il Mar Rosso e il Mediterraneo, consentendo alle navi dirette in Oriente, o dall' Oriente dirette in Europa, di poter evitare la circumnavigazione dell'Africa.

 

L'Egitto di metà Ottocento è luogo di desiderio speculativo per gli europei. Migliaia di inglesi, francesi, italiani, greci e maltesi si stabiliscono all' ombra delle Piramidi, che intanto cominciano a diventare timido oggetto d'interesse turistico. Nel contempo, cresce anche la smania di esplorazione verso sud, verso le allora ignote sorgenti del Nilo, verso le mitiche miniere d' oro di Re Salomone, verso il misterioso Regno della Regina di Saba e del Prete Gianni.


Carlo Piaggia fiuta aria di business. Lo sprovveduto ragazzo di campagna della Piana lucchese si è trasformato in un avveduto avventuriero.

 

Nel 1856 compie la sua prima discesa sul Nilo, giungendo prima a Khartoum poi a Gondokoro. Obiettivo di questo e di altri viaggi, sarà quello di individuare il corso del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, che allora non erano stati definiti dagli europei. Si lega al già celebre esploratore italiano Orazio Antinori che, dopo la caduta della Repubblica Romana di cui era parlamentare, preferisce cambiar aria e dedicarsi ai viaggi di esplorazione in Africa Orientale, ove col tempo diventerà uno dei principali agenti del nascente colonialismo italiano. Nel 1860 Piaggia ed Antinori compiono la celebre spedizione che li porterà ad individuare il Bahr el Ghazal, il fiume delle Gazzelle, stabilendo un nesso geografico fra le varie diramazioni del Nilo.


L' amicizia con Antinori dà fiducia al giovane toscano, che decide quindi di mettersi in proprio. Trova i finanziamenti per allestire quella che è stata la sua impresa rivelatasi più importante, non tanto da un punto di vista geografico quanto per i suoi risvolti antropologici.


Piaggia volle infatti conoscere in maniera più approfondita le regioni che si estendevano ai lati dei fiumi che gli europei stavano esplorando. Si concentrò su una particolare regione del Sud Sudan, che si estendeva verso Occidente: la terra degli Asande. 


Piaggia passò cinque anni fianco a fianco con questa popolazione all' epoca totalmente sconosciuta. Seguendo la prassi dell'osservatore esterno, ne analizzo' gli usi, i costumi, le credenze religiose, la concezione del mito, il rapporto con la magia.


Prese nota di tutto senza emettere considerazione personale alcuna. Neppure di fronte alla acclarata antropofagia degli Asande, collegata ad una ritualità magica di cui Piaggia si sforzo' di comprendere i meccanismi senza giudicare gli eventi secondo il metro della mentalità europea.


Senza volerlo, Piaggia dette quindi il 'la' allo studio antropologico nel nostro Paese. Gli Asande furono per lui un popolo con una propria ritualità, con proprie conoscenze e con peculiari costumi e stili di vita. Non furono selvaggi da evitare o peggio da sottomettere.


Terminata questa esperienza, Piaggia lo ritroviamo a collaborare alternativamente con spedizioni sia italiane che francesi. Spedizioni finalizzate tutte (giova ricordarlo) all' espansione coloniale in Africa che ci sarebbe stata di lì a poco.


Nel 1871 e' con la Società Geografica Italiana ( fondata nel frattempo dall' Antinori) nel viaggio di scoperta della regione eritrea del fiume Anseba. L'anno dopo è con il console francese De Sarzach e con l'esploratore Raffany in un lungo viaggio attraverso l' Etiopia.  Continua poi a ricercare le sorgenti del Nilo, ed in questa sua ricerca si imbattera' nel Lago Kyola, di cui fu lo scopritore.

 

Mori' nel 1882, forse di malaria, mentre stava andando ad aiutare l' esploratore olandese Shuver in difficoltà nel Sud Sudan.


Di Piaggia ci rimane una cospicua collezione di animali impagliati (fra cui due pantere) conservata tutt'oggi presso il gabinetto scientifico del liceo classico Machiavelli di Lucca.


Recentemente, la professoressa Emanuela Rossi, dell'Università di Firenze, ha dedicato a Carlo Piaggia il volume "Carlo Piaggia, antropologo prima dell' antropologia".

 
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