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L’Automobile Club Pistoia torna a proporre l’iniziativa, dedicata ai propri licenziati sportivi, del campionato provinciale Aci Pistoia – “Memorial Roberto Misseri”, riservato ai soci titolari di licenza Aci Sport.

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Consigli di lettura di Valentina.

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La recensione di questa settimana da parte della libraria Mondadori di Montecatini è dedicata a un libro candidato al Premio Strega.

Palle ferme e nervi saldi
o si diventa tutti matti,
e alla .....
VALDINIEVOLE STORICA
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La parabola umana e artistica di Leda Rafanelli abbraccia tutto il Novecento.

VALDINIEVOLE STORICA
di Giulio Cozzani

Storia e curiosità del comune di Buggiano.

Vendo terreno edificabile Massa e Cozzile grande circa 10 000m2 .....
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VALDINIEVOLE STORICA
di Giancarlo Fioretti
Domizio Torrigiani, il gran maestro martire per la libertà

26/12/2020 - 17:34

Ci fu un momento, negli anni Venti del Novecento, che un pugno di uomini della provincia di Pistoia furono assoluti protagonisti della Storia d'Italia. Mi riferisco agli eventi successivi al tragico rapimento del deputato socialista unitario Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno del 1924 sul lungotevere Arnaldo da Brescia nel centro di Roma.


Durante l'azione criminale, compiuta da una squadra fascista collusa con la polizia segreta del Regime, Matteotti fu barbaramente ucciso, e il suo corpo occultato alla Macchia della Quartarella, una zona boscosa a 25 chilometri dalla capitale nel Comune di Riano.


Quando il cadavere del parlamentare fu rinvenuto casualmente alcune settimane dopo il delitto, il Fascismo vacillò a causa dell'indignazione generale provocata da un atto così efferato.


Un magistrato incorrotto e incorruttibile, Mauro Del Giudice, capì immediatamente in quale direzione si dovesse indagare. L'inchiesta si diresse subito verso l'entourage mussoliniano, capeggiato all'epoca dal pesciatino Cesare Rossi. Rossi, proveniente dal sindacalismo rivoluzionario, era diventato capo della segreteria personale del Duce. E, proprio in virtù del suo ruolo, dedusse il magistrato, "era impossibile che non sapesse qualcosa".


Messo sotto torchio, Rossi professò la propria innocenza, scrivendo di suo pugno un memoriale che, in quelle turbolente settimane, iniziò a 'saltare' da una scrivania all' altra.

 

Il dossier in pratica accusava indirettamente Mussolini di essere l'ispiratore morale del delitto. Una vera e propria bomba, che avrebbe potuto far saltare in aria il giovane regime.


Giunto nelle mani di Tullio Benedetti, deputato liberale di Uzzano e fervente monarchico, il memoriale fu alla fine affidato al Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Domizio Torrigiani, nato a Lamporecchio il 19 luglio del 1876 nella villa di San Baronto ove era solito trascorrere le sue ferie estive.


Torrigiani, trovandosi in possesso di un materiale così scottante, chiese consiglio all' amico e fratello massone Dino Philipson, un liberale pistoiese che, dopo aver appoggiato il Fascismo in funzione antibolscevica, se ne era distaccato velocemente allorquando ne aveva intuito i tratti antidemocratici.


Rossi, Benedetti, Philipson ma soprattutto Domizio Torrigiani tennero quindi in pugno le sorti d'Italia in quel tormentato autunno del 1924.


Anche perché oltre al memoriale di Cesare Rossi, ne spuntò pure un altro, redatto dal direttore del Corriere Italiano Filippo Filippelli che, con la complicità del giornalista ed editore Filippo Naldi, aveva fornito, a suo dire senza saperlo, supporto logistico agli autori materiali del delitto.


Entrambi i dossiers furono poi convogliati da Domizio Torrigiani verso Ivanoe Bonomi, leader socialista unitario molto ascoltato negli ambienti di Corte.


Bonomi li passo' quindi nelle mani del Re, divulgandone forse il contenuto anche alla stampa, visto che a breve divennero di dominio pubblico.


Il Fascismo, tuttavia, riuscì a passare indenne da questa burrasca, e Mussolini giurò solennemente di farla pagare cara a coloro che avevano tentato di scardinare la sua creatura.

 

E fra i primi a subire le conseguenze dei propositi di vendetta del Duce, fu proprio Domizio Torrigiani, che pur fra mille difficoltà, nel 1925 reggeva ancora le sorti della massoneria italiana.


Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita all'Università di Pisa e l'affiliazione massonica presso la Loggia Humanitas di Empoli, Giustiniani si dette all' attività forense, non disdegnando anche la militanza politica fra le fila del Partito Radicale, di cui entrò a far parte della segreteria nazionale.


Intransigente propugnatore del laicismo in politica, non ebbe esitazioni ad approvare la linea del suo Partito, che aveva deciso di uscire dalla maggioranza governativa liberale allorquando trapelò la notizia del Patto Gentiloni, che in pratica spianava la strada per il Parlamento ad un gran numero di deputati cattolici.


Anti-giolittiano anche e soprattutto per questo motivo, Torrigiani fu tuttavia molto tiepido di fronte ad un possibile ingresso dell'Italia nel Primo Conflitto Mondiale. Nel frattempo, la sua scalata agli alti vertici della Massoneria era continuata rapida, decisa ed impetuosa.


La sua giovane età lo faceva un ottimo candidato alla successione di Ernesto Nathan, l'ex sindaco radicale di Roma che reggeva da tempo le redini del Grand Oriente d'Italia. Quando Nathan si dimise (partendo per il fronte alla tenera età di 70 anni), Torrigiani fu individuato subito come il nuovo Gran Maestro della Massoneria di rito scozzese.


All'inizio guardò con una certa simpatia al nascente movimento fascista, pur raccomandando ai fratelli massoni di non assumere cariche di rilievo nel nuovo organismo politico. Invisa tuttavia ai nazionalisti ed ai fascisti più movimentisti, la Massoneria iniziò ad essere presa di mira già all'indomani della Marcia su Roma. Ne fecero le spese alcuni esponenti di primo piano, fra cui il già citato avvocato pistoiese Dino Philipson, che fu fra i primi a mettere in guardia Torrigiani riguardo all'involuzione in senso autoritario del fascismo.


Il clima intorno alla Massoneria si faceva quindi di giorno in giorno più teso, e moltissime furono le Logge in Italia che furono attaccate e distrutte dai picchiatori in camicia nera. Le idee universalistiche e liberali propugnate dalla Massoneria non potevano essere accettate da un movimento, diventato partito, che vedeva nella Democrazia il suo avversario principale.


Di fronte al dilagare della violenza , la Massoneria scelse di non reagire, allineandosi così a gran parte del mondo politico italiano che stava abdicando di fronte ad un avversario allora oggettivamente imbattibile con le sole armi della dialettica politica.


Torrigiani cercò tuttavia di salvare il salvabile, cercando di aiutare i fratelli più ostili al fascismo ad espatriare, e favorendo altresì il trasferimento all'estero ( in Francia in particolare) degli elenchi degli affiliati alle Logge nonché del patrimonio monetario della massoneria stessa. La situazione precipitò infine, senza possibilità di porvi rimedio, quando un maldestro tentativo di attentato alla vita del Duce, fu sventato all'ultimo minuto dalla polizia politica. Protagonisti un po' avventati di questo mancato tirannicidio, furono un generale dell'esercito, il generale Luigi Capello, ed un deputato del Partito Socialista Unitario. Quello di Matteotti per intenderci: Tito Zaniboni.


Ambizioso e forse non troppo lucido nell'analisi complottistica, Zaniboni prese alloggio presso una camera dell'hotel Dragoni di Roma, situato proprio dirimpetto a Palazzo Chigi.


Con un fucile di precisione austriaco fornito dal generale, il deputato della Bassa Padana avrebbe dovuto porre fine alla vita di Mussolini, quando gli fosse capitato a tiro.


Una soffiata alle forze dell'ordine bloccò tutto, consegnando i due attentatori alla galera ed inducendo Torrigiani ad allontanarsi dall' Italia. Zaniboni era infatti massone, e Torrigiani fu indicato dal Regime come l'ispiratore morale del fallito attentato. Rifugiatosi per un periodo in Costa Azzurra, ospite fra gli altri anche dell' esule di lungo corso Luigi Campolonghi, ebbe la dirittura morale di rientrare in Italia al momento del processo dei due mancati attentatori, che lo vedeva accusato peraltro di correità. I due furono condannati a 30 anni, Torrigiani, invece, fu assolto.


Il giorno successivo alla sentenza, fu comunque prelevato dalla polizia, che lo trascinò di fronte al Tribunale Speciale. Fu condannato a cinque anni di confino, mentre oltretutto fu costretto a vedere la Massoneria italiana cancellata in virtù della nuova legge che scioglieva tutte le associazioni segrete.


Lo stesso Palazzo Giustiniani a Roma fu occupato dagli squadristi. Lipari, Ponza e Montefiascone furono le stazioni della sua via crucis laica.


Ristretto al confino, ebbe addirittura la forza di costituire, con altri fratelli reclusi, la Loggia massonica Carlo Pisacane. Intanto però la salute lo stava abbandonando, come peraltro la vista.


Fu liberato dai suoi aguzzini solo per concedergli la possibilità di morire nella sua bella villa di famiglia di San Baronto. Era il 30 agosto del 1932, e neppure il suo funerale poté svolgersi in tranquillità, essendo stato vietato dalle autorità competenti. 


Per la sua testimonianza negli Ideali della Democrazia, Torrigiani viene ricordato come il Gran Maestro Martire.

 
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29/12/2020 - 11:28

AUTORE:
Giovanni Torre

Per allargare il giro dei fatti successi in quel periodo,ben docmentati dal Sig.Fioretti,perchè non ricordare l'aggressione di Giovanni Amendola e del passaggio della Valdinievole(1928) alla Provincia di PT e della Garfagnana(1923) da Massa-Carrara a Lucca.

27/12/2020 - 11:34

AUTORE:
Eugenio Chiesa

Mi sento in dovere di scrivere un elogio pubblico al bravo giornalista Giancarlo Fioretti che nello spazio di poche battute è riuscito a tracciare un profilo preciso e corretto del Fratello Domizio Torrigiani brillante esempio di lapidazione della pietra bruta e di percorrenza della scala di Giacobbe, in conformità ad uno scritto del Rabbino di Roma, Riccardo di Segni sulla scala di Giacobbe o Yaqoov in ebraico.
Sulla Tavola di Tracciamento questa scala appare sul penultimo sfondo della prospettiva, essa appoggia sul pavimento a scacchi e si proietta all’indietro verso il cielo. Lungo la scala salgono o scendono due coppie di angeli, ma non solo, appaiono anche tre figure femminili. La scala si proietta in cielo e sembra sprofondare all’interno di una luce abbagliante che appare come una stella fiammeggiante.
Bisogna rifarsi alla Bibbia ebraica, dove appare la visione del patriarca Giacobbe che, fuggendo da Canaan, si addormentò facendo questo sogno: ebbe la visione di “Una scala piantata sulla terra, con la cima che arriva in cielo e gli angeli del Signore che vi salgono e scendono ...". Al suo risveglio Giacobbe ha la certezza che il luogo dove ha dormito, come dice il Rabbino, è un luogo assolutamente sacro, “terribile” (norà), che è la casa di D-o e porta del cielo. Il racconto biblico non offre altri particolari o collegamenti. Questa la narrazione. Ho letto che su quest’immagine o meglio visione di Giacobbe si sono intrecciate moltissime interpretazioni ebraiche e non ebraiche.
Anche i Massoni, alla pari degli esegeti e studiosi della Bibbia ebraica, si sono sentiti autorizzati a dare le loro interpretazioni e sono le più svariate.
La Tavola di Tracciamento in discussione è un disegno, fatto da una persona un certo giorno di un certo anno. Ciò rende questa Tavola un’immagine. In altri termini, quest’immagine ha una valenza storica, vale a dire contingente e sensibile, in modo indiscutibile.
Ne consegue che un’immagine è tale finché perdura il suo rapporto di contestualizzazione con il soggetto rappresentato. Questo rapporto è dato dalla contestualizzazione dell’immagine stessa creata dall’autore.
Questo rapporto è rappresentato dalla valenza sacrale del soggetto. È opportuno osservare che nella tavola sono rappresentati diversi soggetti: abbiamo tre colonne con delle statue in cima, che non sono elementi sacrali ma solo simbolici; così come lo sono gli strumenti necessari all’architetto o quelli alla costruzione, come le pietre grezze e lavorate, il pavimento a scacchi ed infine sull’ultimo sfondo le immagini astrali. Tutti questi elementi sono facilmente riferibili a tradizioni diverse, qualcuna anche vagamente religiosa, ma sostanzialmente ed unicamente simbolici.
La scala di Giacobbe è l’unico soggetto sacrale, sia nella sua origine sia nella sua rappresentazione, che appunto è ripreso da un libro sacro e che della sua valenza sacrale si fa immagine, in altre parole si contestualizza dentro una tradizione religiosa specifica e non generica.
Esattamente. Il valore principe è la sacralizzazione che la scala fa della stessa Tavola. Un’immagine sacra è tale finché è contestualizzata in un sito sacro, dove trova principio e adempimento; togliendola dall’area sacrale e museificandola, essa è desacralizzata. Nel caso, però, della scala di Giacobbe la cosa si fa più complessa, infatti, sacralizzando la Tavola, come sito in cui essa è collocata, si sacralizza la Loggia nella quale la Tavola è esposta all’inizio dei Lavori.
In definitiva, la scala di Giacobbe è la rappresentazione sacrale principe che sacralizza la loggia ed i lavori che vi si svolgono.
L’immagine sacra nel luogo sacro fonda il disvelamento dell’essenza del sacro. Il Tempio si fa Tempio con l’operazione di disvelamento del sacro dato dalla contestualizzazione dell’immagine sacra. Ciò che “è” viene determinato dall’ “è”: l’homo faber risponde all’appello dell’”essere”. I Diaconi, quando espongono, su mandato del Maestro Venerabile, la Tavola di Tracciamento, in quel momento il Tempio si sacralizza.
L’immagine con la sua essenza sacrale determinata dalla contestualizzazione nel sito sacro non solo “si fa vedere” ma anche “vede”, non solo appare allo sguardo, ma ci viene incontro come sguardo che ci è rivolto dalla sua essenza. Questo sguardo è “permanenza” e non “accadimento” perché è sempre “ora”, senza durata, che si offre al tutto altro inizio.
La scala non è un qualcosa di metafisico; infatti, è il sogno di Giacobbe. Tuttavia, il sogno non è cosa da prendere sottogamba. In tutte le dimensioni spirituali, il sogno è visione, ma in relazione a chi sogna. Il sogno del taumaturgo, del profeta, del mistico, dello sciamano non è la stessa cosa del sogno del contadino, del mercante, dell’uomo semplice. Essendo visione assume, può assumere, la valenza di profezia.
Il sogno è uno stato alterato di coscienza, che, però non è semplicemente stato onirico, d’addormentamento dei sensi. Un rabbino obietterebbe che sogno e visione sono cose diverse, anche se fatti da un profeta, poiché nella visione la divinità si fa riconoscere, mentre nel sogno parla.
La scala di Giacobbe ha una valenza sacrale o, se qualcuno preferisce, spirituale per la Massoneria. In quanto tale, essa deve essere chiarificatrice della sua presenza nella Tavola. In altri termini, non deve essere interpretata come semplice simbolo, perché tale non è, ma si deve dare esplicazione alla sua esperienzialità, vale a dire alla sua valenza sacrale. In ogni caso, essa deve essere decifrata nella sua enigmaticità di mediazione tra il mondo dell’umano ed il mondo del sacro o spirituale.